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MILANO Teatro Manzoni 9.10.2010 by Alcy

Enrico è un luogo dove hai vissuto e che quando lasci ti manca in ogni suo aspetto; è un sapore familiare, come quello del cibo cucinato dalla mamma, che quando ritrovi ti fa tornare indietro nel tempo; è lo sguardo di una persona che ti vuole e tu lo capisci e ti sciogli. E' la tua vita tradotta in frasi. E’ semplicemente parte di te.

Lontano dalle luci ed il fumo del palco, tutto viaggia più lento. Il giorno dopo il concerto guardi la gente passare e pensi “tu non sai cos’ho vissuto ieri!”..e ti viene voglia di dirglielo, come vorresti raccontarlo agli amici, ma non lo fai, perché tanto non capirebbero. E ti limiti a dire come tutte le volte “è stato bellissimo”. “Bellissimo”: aggettivo riduttivo. Va bene per un film, non per descrivere un concerto di Enrico. Bisognerebbe scomodare parole antiche, alte, per poterci provare. O coniare vocaboli nuovi. Enrico se lo meriterebbe.
Il giorno dopo il concerto hai quella spiacevole sensazione che vivi al rientro dalle vacanze, quando torni a casa e tutto è intriso di malinconia. Hai il volto ancora un po’ assonnato, e ti si legge in faccia che hai lasciato, chissà dove, un pezzetto di te. Il giorno dopo il concerto ti senti come in certe domeniche pomeriggio a tempi della scuola, quando ti prende alla bocca dello stomaco un crampo di malumore. E allora, per stare meglio, rivivi gli istanti passati, torni con la mente alla sera prima, quando la musica di Enrico ha avuto su di te gli effetti di una sostanza stupefacente: battiti cardiaci accelerati, sudorazione, perdita totale del self control, fuga dalla realtà. A quando non sai più se quello che hai vissuto è un minuto o un’ora o chissà, e non riesci a contenere la felicità, e sorridi; ti parlano, ma tu non capisci, vivi dei flashback, poi prendi il volo e chissà se e dove atterrerai. Se ti farai male o cadrai sul morbido. Dal palco, Enrico canta con un’intensità mai vista, con una voce mai sentita, con una passione mai percepita. Ti guarda come non ha fatto mai. Come l’acqua dentro l’acqua la sua voce si mescola alla tua, scendono le lacrime sulle guance, battono all’unisono i cuori. E volano reggiseni sul palco. Ai nostri posti si scalpita e si grida e si rimbalza sulle seggiole imbottite, ma poi ci si alza. E in un attimo ti ritrovi mani nelle mani mentre un brivido che parte dalla punta delle dita percorre tutto il corpo. Hai finalmente davanti la persona che più di ogni altra ti sa emozionare ed è presente nella tua vita anche quando non c’è. E quando la guardi negli occhi, mentre ti ficca nel cuore quelle sue parole a un centimetro dalla tua faccia, ti vengono in mente tutte assieme un milione di parole da dirgli, e discorsi, domande e complimenti da fargli. Ma come sempre li terrai per te.

E poi, quest'anno, c'era la ruota. Grandissima invenzione, la ruota, subito dopo quella del fuoco. Tipo che quando esce “Confusi in un playback” al primo giro tu pensi di sognare, e ne hai la certezza quando subito dopo si illumina “Fantasmi di città”, che hai inseguito dalla prima data del tour e che il Caso ti mette davanti proprio l’ultima sera in cui potresti sentirla. E allora ti alzi e gridi, dimenticando di essere a teatro, che forse ci sono altre persone oltre a te. E poi notte di stelle, quante vite avrei voluto, rien ne va plus, ti avrò, non finirà. Ah, non finirà. Capolavoro assoluto. Come tutte le canzoni di Enrico, del resto.
Sennò non saremmo qui a parlarne.

Grazie Enrico.

Anna (nick forum Alcy)



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