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Pozzuolo (PG) 19.08.2010 by Tiziana

18.33
Dal fondo di una stradina collinare, odo uno stacco di batteria. Velocizzo il passo e, ad ogni metro lasciato alle spalle, l’atmosfera inizia a farsi sempre più familiare. Ammiro il paesaggio circostante ed assaporo ogni dettaglio d’esistenza, mentre quella voce giunge a me ed un quadro ancora fittizio, ma presto reale (più che mai), si tinge camaleonticamente di sfumature da (rac)cogliere, disegnare e tracciare assieme. Le casse sprigionano emozioni volutamente da scordare per riprovare ogni volta l’ebbrezza di “ripartire da zero”. Siamo già “confusi in un playback” e la mente getta un amo e ripesca nei ricordi l’ennesimo ascolto di una canzone che ha caratterizzato la mia infanzia, quando l’ascoltavo assiduamente in macchina, consumando il nastro della musicassetta.
Nuovi volti, novelle presenze, vecchie conoscenze. Qualcuno non c’è, ma è presente. Il contrario, fortunatamente, non si verifica. Le assenze fisiche sono giustificabili. E’ importante esserci “con il cuore e con la mente”. E lasciarsi guidare.
L’automobile è ferma, parcheggiata al centro di un grande spiazzo recintato; si lascia cullare dalla tranquillità della campagna umbra.
Le portiere sono spalancate, pronte ad accogliere chiunque voglia divertirsi, emozionarsi, sperimentare, giocare, accarezzare, evadere. Anche il bagagliaio è aperto. C’è posto pure sul cofano o sul tettuccio, a scelta, per i più avventurosi e/o spericolati.
Il carburante?! Non serve. E’ un’auto ecologica. E’ umana e richiede un genere di carburante umano. Essenzialmente sono in sei ad alimentarla.
Il cambio è in posizione di folle, gli spazi ancora liberi cominciano a scarseggiare.
La concezione temporale ormai è persa, gettata per strada da ore.
Si accendono i motori. L’attesa svanisce nella partenza per la medesima meta, che ognuno saprà raggiungere in modi diversi nello stesso istante.
La prima marcia è come se non esistesse. Direttamente dalla seconda, si scala molto velocemente in quarta. Del resto, con un incipit così sentito come Vivi, non potrebbe essere altrimenti. Qualche piacevole frenata ci consente di apprezzare Non Finirà, Si Può Dare Di Più e Ulisse. E’ un viaggio tutto in salita (ma tutt’altro che faticoso).
“E dalle macchine per noi”, l’autista ingrana la quinta e, sulle successive prime note di Polvere, siamo noi ad inserire il turbo puntando le transenne e contribuendo a dipingere d’infiniti colori quest’opera temporanea, che “non si cancellerà”.
Eccoci, sotto il palco.
Piccole imbarcazioni attraccate in sicurezza al porto, protette ed illuminate dal faro che continua a riscaldare anime da ben due ore.
Nessuno lo sa: ha intenzione di splendere ancora per un po’. E della sua luce migliore. “Vivo da re… Non ho bisogno più… Di quello che… Facevi tu per me…”.
Si alza un boato per questa sorpresa del tutto inaspettata.
Mani sfiorano mani, sguardi incrociano sguardi, pensieri si accavallano, scorrono, sorvolano e tutto si amalgama, senza omologarsi. E quella mano trattenuta per interminabili sfuggenti secondi ti stringe prima di lasciare la tua.
Anche quando il faro si spegne e le luci lo seguono a “ruota”, si fatica ad allontanarsi per prendere il largo.
E’ buio, ma io vedo bianco, il colore che contiene tutti i colori. So di averli colti. E non soltanto con gli occhi.
Ora la destinazione cambia: Pordenone. Si torna alla base.
Si riparte e si ripensa ad una nuova partenza.
Perché “c’è una luce e brilla ancora”.

Tiziana



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