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TUTTO SCORRE

copertina disco Tutto Scorre
TUTTO SCORRE

Intervista realizzata fine 2007

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Scheda presentazione Enrico risponde:


- Esce nel : Aprile 1985
- Copie Vendute: allora 25.000 (Quindi un passo indietro rispetto a prima)
- Musicisti che hanno suonato: Gli Champagne Molotov al completo.
- Canzone preferita: “Fantasmi di città" (anche se è dura scegliere)
- Canzone che non ti piace più: "In trincea" (perché era il pezzo meno d’autore. Musicalmente è un terzinato)
- Cosa significa per te questo LP? Il disco che mi ha fatto entrare di diritto nella canzone d’autore, anche a scapito di un leggero regresso nelle vendite. E’ stato il primo disco in cui ho sentito addosso molta stima.
- Frase storica: Si rinnova e non si pente, si distingue tra la gente ma rimane incomprensibile per noi
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A chi lo dedicheresti? A mio padre


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Il disco doveva uscire per la Emi, poi come andò?

Ci fu un contenzioso con la CGD e di conseguenza un avvicinamento alla Emi, al punto che nel Febbraio ’85 gli Champagne andarono a Sanremo con Emi come etichetta. In realtà gli Champagne ebbero un grosso successo nell’estate 1984 con “C’è la neve” che vinse il disco verde al Festivalbar, invece il pezzo che si scelse per Sanremo era un po’ troppo complicato, anche se molto bello. In più il fatto che io non conclusi l’accordo con la Emi, probabilmente fu al causa della fine della loro avventura discografica. Successe quindi che quando l’album fu pronto, ci fu il ravvicinamento con la CGD.

Dove fu registrato?

Ritornammo dopo i dischi dei Decibel, ad incidere nel castello di Carimate.

Si può dire che questo più di altri è un disco di equipe? Nel senso che rimaneste chiusi nel castello a lavorare insieme per parecchio tempo, in coincidenza anche dell’abbondante nevicata di quell’anno.

Si, si può dire, anzi l’equipe fu molto ampia, perché c’era per esempio la presenza costante di Zitelli, Renato Cantele, che ancora oggi è forse il fonico più quotato in circolazione.

L’impressione è che questo fu un disco realizzato con un buget notevole.

Esatto, fu un disco ricco, con tra l’altro un album fotografico interno in aggiunta.

Quella di fare un disco d’autore fu una cosa studiata a tavolino, oppure fu un’evoluzione naturale?

La seconda. In realtà io cominciavo per esempio, per la prima volta, a scrivere i pezzi al pianoforte. In più Schiavone presentò due musiche notevoli, su cui scrissi dei testi molto sentiti (“In questa vecchia casa” e “Fantasmi di città”). “Savoir faire”, che aveva già dato il titolo ad un disco di Loredana Bertè, era un altro pezzo nobile. Quindi, direi che cominciavo ad avere una certa dimestichezza con dei testi piuttosto complessi, lunghi, con incisi diversi tra loro. Si può dire che comincio quindi a muovermi con una certa disinvoltura dentro la struttura del testo.

Direi che per i fans storici questo è il disco più amato.

E’ anche il mio disco più amato. È un disco pieno di cose complesse e complete. Se vogliamo vedere l’aspetto cinico, forse manca un singolo che potesse sfondare. “Poco più di niente” forse fu il pezzo più gettonato ed è rimasto in repertorio fino ad oggi.

Faceste il Festivalbar.

Salvetti mi diede addirittura un ¼ d’ora. Facemmo un medley con “Beneficio d’inventario”, “il Futuro è un ipotesi”, “Poco più di niente” e “Fantasmi di città”.

Quindi una grossa soddisfazione.

Questo a tutt’oggi lo vedo come un disco epico da tutti i punti di vista.

La chitarra di Luigi è meno protagonista rispetto ad altri dischi, come mai?

Perché avevamo scoperto il fascino della doppia tastiera. In più la cosa affascinante era il contrasto tra due tastieristi completamente opposti: Rocchetti super rock e ruspante e Stefania invece con formazione super classica, diplomata in pianoforte. Il loro incastro ne faceva un’arma vincente, anche per gli Champagne stessi. Nessuno dei due avrebbe potuto suonare una parte dell’altro.

Cosa ci racconti riguardo la copertina.

Fu realizzata dal fotografo Guido Harari, presso l’Hotel Diana a Milano. Questa è una copertina che oggi con il cd non avrebbe senso, però con le dimensioni dell’album era fantastica, perché ci ho messo praticamente tutta la mia vita. C’è quindi una foto, che ho ripreso altre volte, con mia madre, foto mia con Luigi, foto mia da ragazzo, foto con Renato Meli, foto di mio padre, foto mie da bambino, quindi tutto il mio passato. I libri che in quel momento erano i per me i più importanti, “Opinioni di un Clown” e “I ragazzi cattivi”. Poi c’erano le prime lettere d’amore che mi erano arrivate. Quindi c’erano più cose possibili che io avevo voluto mettere. C’è la citazione del portacenere. Tutto con una luce bellissima che solo un mago della fotografia come Guido Harari poteva realizzare. Io che non sono entusiasta di tutte le copertine dei miei dischi, posso dire che questa è la migliore di tutta la mia carriera.

Parliamo dell’album all'i interno con i testi e le foto .....

Questa è una delle cose di cui vado più fiero. Primo perché ho aggiunto una serie di frasi ed annotazioni alle canzoni, non voglio arrivare a dire poetiche, ma sicuramente molto sentite. Poi ci sono le foto che ripescai a casa di mio padre in Via Donatello, quando andai a metterla a posto. La sensazione fu molto forte perché dovevo sistemare i documenti di una persona che non c’era più. Le foto le trovai tra i documenti e mi piacquero tantissimo. Sono tutte foto dei miei parenti, anche se molti non so neanche chi siano. Una volta uscito l’album, mi arriva una lettera, scritta con calligrafia d’altri tempi, da questo signore che abitava ad Arona, che si chiamava Enrico Becatti, che era un cugino di mio padre ed aveva novant’anni. Lui era rimasto depositario di un medagliere lasciatogli da mio zio Mario, di grandissimo valore, soprattutto affettivo e cercava Ugo Ruggeri che era morto e sapeva che quest’ultimo aveva un figlio, ignorando però il suo nome. Quindi teneva d’occhio il cantante Enrico Ruggeri chiedendosi se ci fossero dei legami e pensando un modo per contattarlo. Acquista l’album e vede dentro le foto dei suoi parenti e da qui capisce che io ero proprio la persona che lui stava cercando. Mi contatta con questa lettera, io lo vado a trovare ad Arona, con mia madre, e lui, con la commozione di un uomo di fine ottocento, mi consegna il medagliere che ancora oggi ho in casa. Quindi è stranissimo per me guardare queste foto, sapendo che appartengono a miei parenti, e, a parte un paio, non sapere chi siano.

Tutti i pensieri sono collegabili alle canzoni.

Si, servono ad ampliare il concetto, in un certo qual modo, a spiegarle meglio.

Tornando al disco, com’è musicalmente?

Musicalmente sono bellissime canzoni, nelle quali però si sente l’arrangiamento degli anni ottanta, dal rullantone con il reverbero, alle tastiere iper sintetiche, ecc… Quindi guardandolo oggi, l’unico punto datato dell’album sono i suoni. Mi piacerebbe rifare qualche pezzo con la fisarmonica vera o ad esempio, cambiare la tromba finta de “L’Ultimo pensiero”.

Questo disco ti fece entrare di diritto tra i musicisti d’autore e ti ha portato al premio Tenco.

Mi ha portato stima, rispetto e da qui in poi ed iniziato l’essere considerato uno che faceva musica d’autore.

Anche le tematiche cambiano rispetto ai dischi precedenti.

Si, il mio rapporto con la donna comincia a rasserenarsi, quindi entrano in campo altre tematiche: il tempo che passa, la malinconia. La stessa “Poco più di niente” non è una canzone ‘rancorosa’ come poteva essere “Fuoco si giocattoli”, ma parla della fine di un rapporto. Quindi direi che dal punto di vista dei testi c’è un notevole balzo in avanti. C’è ad esempio l’osservazione dei caratteri in “Fantasmi di città”, l’autoironia esce per la prima volta in “Beneficio d’inventario”, mentre quando avevo parlato di me, in prima persona, come in “Un altro testo” l’avevo fatto con tutt’altri toni.

intervista realizzata per nuovoswing



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