Intervista a Enrico del 1987

LA PRIMA INTERVISTA ASSOLUTA CHE ENRICO FECE APPOSITAMENTE PER I SUOI FANS

 

L’incontro con Enrico avviene dietro le quinte del teatro Ponchielli di Cremona, poco prima dell’inizio del suo concerto.
Enrico è molto disponibile, confermando ancora una volta, ma non ce n’era bisogno, di essere veramente una persona sincera, legato ed affezionato al suo pubblico, quello vero che lo egue da sempre, anche prima del clamoroso recente successo.
Per prima cosa Enrico sfoglia il primo numero di “Nuovo Swing” (fanzine cartacea storica dedicata ad Enrico ndr) e dice (guardandolo si capisce che è vero!) di essere commosso.
Poi si comincia la chiacchierata amichevole, per cercare di conoscere ancora meglio chi da sempre ci dà tante emozioni.

Stai facendo una tournè molto lunga, proseguirà ancora molto?

R. Quella invernale è quasi terminata, tra poco cominceremo quella estiva (n.d.r. E’ cominciata da qualche settimana) senza orchestra, con i pezzi un po’ più duri, anche per dare più spazio agli Champagne Molotov, sia dal punto di vista musicale che da quello fisico: non saranno più segregati su un’impalcatura.

Qualche anno fa nei tuoi pezzi emergeva spesso la paura dell’amore e l’incapacità di capire le donne. Oggi scrivi pezzi come “Quello che le donne non dicono” e “Non finirà”. Cos’è cambiato?

R. Mi piace osservare entrambi i lati del rapporto amoroso. L’amore è un amplificatore dei sentimenti, come dice Nietzsche, noi siamo costretti ad essere schiavi o tiranni. Di conseguenza, se noi non siamo tranquilli con noi stessi l’amore ci rende ancora più nevrotici, mentre se siamo in pace con noi stessi e abbiamo un po’ di serenità, l’amore può diventare il modo per dividere in due una gioia. In questo momento sono più vicino al lato positivo, mentre una volta lo ero di più a quello competitivo del rapporto, però mi piacerà ancora scrivere canzoni sui momenti meno felici, perché sono molto teatrali e quindi si prestano bene. Sicuramente allora ci sarà qualcuno che dirà che il mio matrimonio è in crisi perché magari avrò scritto una canzone dove lui lascia lei o viceversa. Però il discorso è che l’amore è talmente come un partita a scacchi, cioè offrre talmente tante possibilità d’interpretazione, che non ci sono due partite uguali.

In pezzi come “Futuro è un’ipotesi”, “Ultimo pensiero” , “La partecipazione” parli dei dettagli come qualcosa di fondamentale importanza. Pensi che tutti posano coglierli o che sia solo una prerogativa di alcuni di percepirli inevitabilmente e cioè delle persone più sensibili, come dici in “Confusi in un play-back”?

R. Secondo me è una prerogativa di alcuni accorgersene coscientemente e quindi poterne parlare, però i dettagli influenzano la vita di tutti: molti non si accorgono che è un dettaglio che sta cambiando la loro vita. Ci sono forse cose più importanti delle grandi sostanze: ad esempio una donna che ti lascia può essere interpretato in mille modi. Un dettaglio è una cosa precisa: il panino nell’autoglill, con il prosciutto crudo, è un dettaglio che può cambiare la vita, per quanto mi riguarda!

In alcune canzoni dei tuoi primi album si avverte il desiderio di emergere, al punto che questa ambizione viene addirittura esasperata in “Pernod”. Cosa pensi ora di questi pezzi?

R. Nell’album precedente, una delle poche cose buone dell’album “Punk”, c’era una frase che diceva: “Non puoi sapere che cosa vuol dire avere tante cose nella testa e non poterle mai dire”, cioè è molto brutto avere delle cose da dire e da comunicare e vedere che non c’è molta gente disposta ad ascoltare quello che dici. E’ come quando uno è a tavola con gli amici, parla e ad un certo punto si accorge che non lo ascolta nessuno: è molto brutto. Quindi non era il desiderio di emergere a livello “status symbol”, non sono mai stato particolarmente sensibile al discorso “non vedo l’ora di potere firmare tanti autografi o di avere la macchina sportiva, ecc…” Era proprio che ero convinto di aver delle potenzialità comunicative, di avere delle cose che era bello che gli altri potessero ascoltare e, per le circostanze della vita, ciò non era ancora avvenuto. In fondo si vede anche in “come stanno trattando male il rock and roll “ quando dico: “ Volo e volo male, un tacchino vicino a Natale, , non ti piacerò non divertirò, ma non mi faccio comprare” cioè “io non cambio, ma potreste essere più attenti”.

Come mai una canzone su Cuba?

R. Perché è una storia vera. Esiste una persona, un mio amico, che è andato a Cuba e si è innamorato. Tra l’altro mi ha smentito, perché, al contrario di quello che dice la canzone, si è sposato con questa ragazza cubana, mentre nella mia canzone si poteva dedurre una certa diffidenza nei confronti di questo rapporto così strano. Mi è venuta questa canzone che parlava di questi amori così strani, dove l’uomo arriva nel paese ed è già vincente, solo per il fatto che è pieno di dollari; arriva dalla porta principale, arriva come un signore, mentre invece loro sono lì ad aspettarlo. Quindi, chiaramente, tutto questo fa si che il rapporto abbia un vizio di forma. Mi ha divertito questa cosa la punto da scrivere una canzone. Poi c’era quest’aria di caldo, di capelli asciugati al sole: Cuba è un posto strano, perché se noi ci immaginiamo la Polonia l’Ungheria, immaginiamo subito freddo, neve, nebbia, tutto questo accentua ancora di più l’immagine di infelicità che noi abbiamo di questa gente. Cuba, invece, è diversa: da un lato immaginiamo i loro abitanti che non possono andare via, che non possono andare nei negozi dei turisti o non si possono riunire tra loro, però dall’altro li immaginiamo al sole o al mare che si divertono, quindi è ancora più contorta la situazione.

Una volta hai detto. “Le donne mi piacciono da morire, ma non le corteggio, sono un disilluso.” Eppure leggendo i tuoi testi sembra più difficile questo distacco dalle cose, ad esempio in “La partecipazione” oppure in “non è più la sera” quando dici “Provare e riprovare e volte un buon proposito si avvera.”

R. Non mi ricordo di avere detto questa frase, mi sembra strano. Può darsi che io l’abbia detta per vittimismo. Comunque non è vero, io sono un grande corteggiatore. Forse l’ho detta in modo che ogni donna che corteggiavo pensasse di essere una mosca bianca e allora ciò accresceva le mie possibilità!
Mi piace molto corteggiare una donna anche quando so che dopo non succederà niente, il solo fatto di sapere che avrebbe potuto succedere mi piace molto, anche se poi di fisico non accade nulla.

In “Quindici righe” dici: Quando una donna non t’ama sta vendicando un’altra che non hai amato tu”. Se nella vita tutto si compensa, non ti fa paura il successo che stai avendo in questo momento?

R. Si, infatti l’unico fatto per cui non vivo benissimo questo periodo, che in realtà dovrebbe essere molto felice per me, un periodo in cui sto raccogliendo ciò che si era seminato per anni, è appunto questo fatto: mi aspetto da un momento all’altro qualcosa di sgradevole, proprio perché nel giro di poche settimane si è concentrato tutto: il disco d’oro, San Remo, il premio della critica, parte la tournè, tutto esaurito, in poche settimane mi sono successe tutte le cose per cui avevo lavorato dieci anni e questo mi necrotizza molto, ho molta paura.

Non è possibile che tutte queste soddisfazioni siano la compensazione delle insoddisfazioni passate?

R. Per tranquillizzarmi faccio il tuo ragionamento, però è molto delicata la cosa. Del resto so benissimo il peso che devo dare a certe cose, so benissimo che il fatto di aver i teatri pieni può essere un fattore episodico legato a cose eclatanti tipo Festival, quindi non sono uno che rimarrà deluso se l’anno prossimo torno a Cremona e ci sarà il teatro vuoto.

C’è una canzone a cui sei particolarmente legato?

R. No, ce ne sono moltissime. Ce n’è qualcuna che mi dispiace la gente non abbia notato. Ad esempio ero molto affezionato a “Un altro testo” e pochi l’hanno notata, ho fatto anche delle televisioni con “Un altro testo”.

E’ autobiografica?

R. Si, se escludiamo “Il portiere di notte” e “Quello che le donne non dicono “, tutte le mie canzoni sono per certi versi autobiografiche.

Il tuo collega cantautore preferito?

R. Sono tanti. Direi Fossati. Poi ci sono alcuni di cui mi piacciono parecchie canzoni: Battiato, Vasco Rossi. Mi piace molto “Caruso” di Dalla, come canzone, anche se non sono mai stato un suo fan. Poi mi piacciono: Locasciulli, Jannacci, Gaber e altri…

“Ancora notte sul circo” scritta insieme a Locasciulli è recente oppure l’avevate scritta in passato e poi messa nel cassetto fino ad ora?

R. E’ recentissima. Ci siamo ritrovati ed è venuta fuori questa canzone. Naturalmente non era il caso di rifare la tournè, le televisioni. Però è nata così, com’era nata “Confusi in un playback”.

intervista fatta nel 1987 da Gano e Guido per la fanzine cartacea 'Nuovo Swing'



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